Che la Canapa fosse una pianta dai mille usi è cosa risaputa, ma un nuovo, e curioso, utilizzo sembra essere all’orizzonte: quello di ripulire i terreni coltivabili dalla presenza di metalli pesanti. Il processo, chiamato fitorimediazione, è stato definito per la prima volta dalla ricercatrice Ilya Riskin all’epoca impegnata nella bonifica dei territori intorno alla centrale nucleare di Chernobyl, gravemente inquinati da radiazioni e scorie a seguito dell’ormai celebre incidente nel 1986.
E’ proprio studiare l’efficacia della canapa per “bonificare” i terreni è lo scopo di un progetto sperimentale in partenza in Puglia, che verificherà le capacità della pianta di rimuovere dal terreno metalli pesanti come piombro, nichel arsenico e cromo. Da alcuni test già condotti all’estero, si è potuto notare come la canapa riesca ad immagazzinare le sostanze nocive nelle foglie e nelle radici, lasciando relativamente intatte le altre parti della pianta che possono essere utilizzate in altri comparti industriali senza particolari rischi.
Una volta elaborati i risultati, sarà possibile anche verificare l’eventualità di recuperare alcuni dei metalli immagazzinati dalla pianta: un processo già esistente chiamato fitoestrazione, che potrebbe permettere di incrementare ulteriormente la convenienza economica di questo tipo di operazioni.
Il progetto, guidato dall’ABAP (Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi), si è aggiudicato un bando regionale da 20mila euro per ulteriori studi sul tema; come dichiarato dal biologo Marcello Colao, verranno utilizzate soltanto varietà di semi certificate nell’Unione Europea, seminate con due modalità (a filari e a macchia) per testare la modalità più redditizia ed efficiente. Sede degli studi sarà un campo di circa un ettaro situato nelle vicinanze dell’aereoporto di Bari.
Oltre a misurare l’efficacia della canapa, lo studio si concentrerà sulla possibilità o meno di riutilizzare le piante per lavorazioni industriali come bioedilizia o biomassa, lasciando da parte ovviamente l’uso alimentare o cosmetico. Nessun rischio per l’uomo quindi, dal momento che le coltivazioni destinate al consumo umano richiedono elevati standard di qualità e sicurezza molto simili ad altri comparti dell’agricoltura.