La Thailandia ha aumentato il livello del THC permesso per legge all’1%, da calcolarsi sul peso totale a secco, comprese fiori e foglie. Lo ha annunciato a dicembre la NCC, la Narcotics Control Commission, al fine di fare chiarezza dopo l’incertezza legislativa degli ultimi mesi; Secondo le nuove regole, i prodotti a base di CBD devono essere puri al 99%, con una soglia di THC non superiore all’1%. Le nuovo norme introdotte richiedono che i test THC vengano eseguiti da un laboratorio accreditato, esentando però le piante ed i semi di canapa certificati e già acquistati.
Dal punto di vista pratico, questo cambiamento significa che l’olio di CBD estratto dalla cannabis o dalla canapa non è più considerato una droga ai sensi del Thai Drug Act 1979. Il fine del Governo locale sembra essere quello di stimolare l’economia locale, aprendo le porte a maggiori investimenti nel campo della canapa in campo cosmetico, medico e ricreativo.
Con questo aumento del THC, la Thailandia si aggiunge ai paesi che hanno già aumentato il livello legale del tetraidrocannabinolo come Uruguay, Svizzera, Australia e recentemente anche l’Italia.

Nella maggior parte dei paesi viene consentito un limite di THC dello 0,3%, mentre nella gran parte dei paesi europei questo limite è dello 0,2%, per alzarsi allo 0,3% a partire dal 2021.
Regole protezioniste
Le norme generali sono abbastanza restrittive in quanto regolano sull’investimento, la vendita, l’importazione, l’esportazione e il possesso di estratti di canapa e cannabis.
Le nuove regole non consentiranno l’importazione di CBD fino al 2024, in modo da dare la possibilità alle realtà thailandesi il tempo di avviare la produzione e commercializzazione, bloccando così i grandi produttori internazionali, pronti a spartirsi un mercato calcolato in $ 70 milioni nella sola Thailandia.
Non è inoltre chiaro quando i consumatori tailandesi potranno acquistare i prodotti a base di CBD: le normative sull’accesso dei pazienti non sono state ancora scritte, mentre il consumo di CBD richiederà la prescrizione da parte dei circa 1200 medici tailandesi che sono stati formati per usare la cannabis ad uso medico.
Dubbi sulla trasparenza
I produttori di CBD dovranno anche possedere una licenza governativa per poter coltivare la cannabis, perché la produzione è rigorosamente controllata dal governo nonostante un’ingente presenza del mercato nero che può contare su moltissime coltivazioni illegali sparse su tutto il territorio. Ma allo stato attuale, i produttori autorizzati sembrano essere pochissimi, e concentrati sopratutto nel settore pubblico come agenzie sanitarie ed ospedali universitari.
Dal momento che il governo thailandese non consente investimenti esteri diretti, le società di CBD estere che desiderano fabbricare prodotti in Thailandia dovranno trovare partner locali. Purtroppo questo aumenta la possibilità di corruzione, visto che la Thailandia ha ottenuto un punteggio di 36 su 100 nell’indice di corruzione secondo il Transparency International, classificandosi al 99° posto su 180 paesi analizzati.
Nonostante le sfide, molti attori internazionali affermano di essere già sul campo per investire nelle imprese legate al settore della cannabis